mercoledì, 16 aprile 2008

Mi è stato chiesto di pubblicare qui sul blog un mio racconto e quindi ho deciso di pubblicarne uno a puntate, dal titolo L'ultimo Sogno!

Oggi la prima parte mentre nei prossimi giorni pubblicherò il seguito! Buona lettura

Continuava a rigirare il bicchiere vuoto tra le mani. Ogni tanto interrompeva quel lento roteare e si soffermava a guardare la sua immagine riflessa sul fondo, un’immagine distorta e confusa come distorta era la sua anima e confusa la sua mente. Non ricordava ormai da quanto tempo era in quello squallido extasybar né quanti bicchieri di morfocaina avesse bevuto. Ricordava solamente che era uscito di casa in preda ad una sorda disperazione, una sorta di pungolo d’acciaio che gli afferrava le viscere e le strappava da dentro lasciandogli un freddo vuoto al posto del cuore. Non sarebbe riuscito a restare in casa da solo con la sua angoscia e con i suoi ricordi colmi di dolorosa tristezza, solo, con quel pungolo d’acciaio che gli tormentava le viscere. Aveva deciso di uscire e adesso si  ritrovava a guardare il suo bicchiere vuoto, ma almeno il freddo dell’acciaio non c’era più, il dolore scomparso e la piacevolezza di un’ondata di calore che lo percorreva violentemente. La morfocaina gli faceva sempre un benefico effetto, per questo era la droga che preferiva e che ordinava solitamente; riusciva ad assopirgli i sensi e a renderlo insensibile al dolore quasi fisico che lo attanagliava e, allo stesso tempo, gli annebbiava la mente rendendo tutto intorno a sé meno definito, meno solido, meno vero. Era come piombare in un sogno indistinto dove tutto è lontano e dove il dolore e la sofferenza sono come nuvole nel cielo, ti volano sopra ma non ti toccano.
- avanti amico, è ora di sloggiare– sentiva una voce attorno a sé, alzò la testa e vide vicino a sé il barman che lo scuoteva vigorosamente e gli gridava qualcosa che non riusciva a comprendere mentre si avvicinava sempre di più.
- coraggio, il turno è finito, o ne prendi un’altra o sloggi – capiva adesso le parole di quell’uomo che era ormai vicinissimo di fronte a lui e lo scuoteva con forza,
- d’accordo, d’accordo - cercò di dire con la bocca impiastrata di sapori amari mentre cercava di prendere la pillola di Etalan che gli avrebbe permesso di riacquistare, almeno in parte, il controllo di se stesso. Trovò la confezione di pillole non senza difficoltà, ne ingoiò un paio e cominciò a respirare regolarmente. Il mondo indistinto attorno a sé cominciò a scomparire rapidamente facendo posto ai contorni dell’extasy bar che ben conosceva; le braccia si fecero più pesanti e la testa cominciò a ronzare furiosamente fino a quando riprese completamente coscienza della sua mente e del suo corpo. Si ritrovò disteso su una poltrona scura unta di sudore, intrisa di alcool e droga, e in cui alcune macchie di vomito erano ancora ben visibili nella parte inferiore.
La celletta nella quale si trovava era debolmente illuminata da un neon colorato di rosso che pendeva da una parete come una chiazza di sangue in un corpo putrefatto.
Accanto alla poltrona un basso tavolo reggeva una bottiglia semivuota e due bicchieri, subdoli complici della droga. Si sentivano nell’aria, come attenuati dall’oblio, mugolii e lamenti provenienti dagli altri “avventori” del bar, ognuno nella sua celletta, ognuno nella sua poltrona, ognuno con il suo sogno artificiale. Era la prima volta che andava in una celletta portandosi dietro la sua bottiglia.
Di solito preferiva sedersi al bancone e sorseggiare lentamente la sua morfocaina prima di immergersi nuovamente nel dolore. Decise di fare a piedi il tratto di strada che separava l’extasybar da casa; in lontananza si sentiva il rombo dei cannoni positronici che scaricavano il loro fuoco assassino sugli esterni, un triste rumore che si ripeteva spesso durante le notti e al quale i cittadini erano tristemente abituati come una nenia cantata dalle madri ai loro figli. Solo raramente avevano attaccato in massa contando sul peso del
loro numero e quelle poche volte si erano risolte in spaventosi massacri di decine di migliaia di esterni. In quei casi i disgregatori avevano dovuto lavorare a lungo per ripulire il terreno antistante le mura dai cadaveri degli esterni e il loro tipico rumore simile ad un forte ronzio aveva tormentato gli abitanti della città e scosso le loro anime civili. Molti si erano lamentati, molti avevano protestato per i massacri compiuti, ma tutti, nel calore delle proprie case, attorno alle loro tavole imbandite, avevano segretamente ringraziato le armi che li avevano protetti dall’assalto dei barbari.
Anche a quell’ora di notte le strade della città erano colme di gente e le auto di passaggio ronzavano sui loro cuscinetti magnetici fluttuando nell’aria come ordinate farfalle.
Continua...
postato da: peppegraceffa alle ore 12:51 | Permalink | commenti
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categoria:racconti, fantascienza